martedì 25 maggio 2010

Il Dio cornuto, tra verità e leggende: Cernunnos

Nella mitologia celtica, Cernunnos era lo spirito divinizzato degli animali maschi cornuti, specialmente dei cervi, un dio della natura associato alla riproduzione e alla fertilità. Come "Dio Cornuto", Cernunnos fu una delle numerose divinità simili presenti in molte culture antiche. Dalle fonti archeologiche si sa che Cernunnos veniva adorato in Gallia, in Italia settentrionale (Gallia Cisalpina) e sulla costa meridionale della Britannia. Quella che probabilmente è la più antica immagine di Cernunnos si trova tra le Incisioni rupestri della Val Camonica, in Italia, e risale al IV secolo a.C., mentre la più conosciuta si trova sul famoso Calderone di Gundestrup della Danimarca pregermanica e risalente al I secolo a.C. Nella religione gallo-romana, il suo nome è noto dal "Pilastro dei barcaioli" (Pilier des nautes), un monumento ora situato al Musée Nationale du Moyen Age a Parigi. Fu costruito dai marinai galli all'inizio del I secolo d.C., dall'iscrizione (CIL XIII number 03026) probabilmente nell'anno 14, al momento di inizio del principato di Tiberio. Fu trovato nel 1710 nelle fondazioni della cattedrale di Notre-Dame de Paris sul sito di Lutetia, la civitas capitale della tribù celtica dei Parisii. Raffigura Cernunnos e alte divinità celtiche insieme a divinità romane come Giove, Vulcano, Castore, e Polluce. Il Pilier des nautes fornisce la prima evidenza scritta del nome della divinità. Ulteriori evidenze sono fornite da due placche identiche di metallo da Steinsel-Rëlent nel Lussemburgo, nel territorio della tribù celtica dei Treveri. Queste iscrizioni (AE 1987, 0772) si leggono Deo Ceruninco, "al Dio Cerunincos". Infine, un'iscrizione gallica (RIG 1, number G-224) scritta in lettere greche da Montagnac (Hérault, Languedoc-Roussilion, Francia) si legge αλλετ[ει]υος καρνονου αλ[ι]σο[ντ]εας che ci dà il nome "Carnonos". Sulla iscrizione dei Parisii [_]ernunnos, la prima lettera fu cancellata, ma può essere agevolmente restituita in "Cernunnos" a causa della raffigurazione di un dio con le corna sotto il nome e dal fatto che in Gallico, carnon o cernon significa "corno" (Delmarre, 1987 pp. 106-107). Similmente cern significa "corno" o "capo" in Antico Irlandese ed è etimologicamente affine al termine simile carn in Gallese e Bretone. Queste derivano dalla radice proto-indoeuropea *krno- che ha dato anche il latino cornu e germanico *hurnaz (dal quale l'inglese "horn") (Nussbaum 1986) (Porkorny 1959 pp.574-576). La stessa radice gallica si trova nei nomi di tribù come i Carnutes, i Carni e i Carnonacae e nel nome della tromba gallica da guerra, la carnyx. Perciò, la forma proto-celtica di questo teonimo può essere ricostruita o come *Cerno-on-os o come *Carno-on-os, entrambi col significato di "divinità maschile cornuta". Il tema -on- si trova di frequente, ma non esclusivamente, nei teonimi (esempi: Map-on-os, Ep-on-a, Matr-on-ae, Sir-on-a). Seguendo le leggi fonetiche celtiche, la forma romano-britannica di questo teonimo proto-celtico deve essere verosimilmente stata *Cernonos o *Carnonos entrambe direttamente comparabili con la forma gallica Cernunnos. Le raffigurazioni di Cernunnos sono notevolmente coerenti in tutto il mondo celtico. Il suo attributo più caratteristico è costituito dalle sue corna di cervo, ed è di solito raffigurato come un uomo maturo con barba e capelli lunghi. Indossa un torquis, un collare ornamentale usato dai Celti come segno di nobiltà. Egli spesso indossa altri torc ai polsi o appesi alle corna, e ha una borsa piena di soldi. Di solito viene raffigurato seduto a gambe incrociate, in una posizione che alcuni hanno interpretato come meditativa o sciamanica, sebbene possa riflettere soltanto il fatto che i Celti si accovacciavano quando cacciavano. Cernunnos è quasi sempre raffigurato con degli animali, in particolare il cervo. È frequentemente associato anche con un animale particolare che sembra appartenere prima di tutto a lui: un serpente con le corna di un ariete. Questa creatura potrebbe essere una divinità essa stessa. Meno frequentemente, è associato anche con altri animali, compresi il toro (a Reims), il cane e il topo. A causa della sua frequente associazione con animali, gli studiosi spesso descrivono Cernunnos come "Signore degli animali" o "Signore del mondo selvatico". A causa della sua associazione col cervo (un animale particolarmente cacciato) è anche descritto come "Signore della caccia". È interessante che il Pilier des nautes lo colleghi con i marinai e con il commercio, suggerendo che egli fosse associato anche con la ricchezza materiale come dimostra anche la borsa con le monete del Cernunnos di Reims (Marne, Champagne, Francia) - nell'antichità, Durocortorum, la civitas capitale della tribù dei Remi - e il cervo che vomita monete proveniente da Niedercorn-Turbelslach (Lussemburgo) nel territorio dei Treveri. Tracce del dio sopravvissero in epoca cristiana. Le tradizioni letterarie sia del Galles che d'Irlanda contengono allusioni a questo dio, mentre in Bretagna il leggendario San Korneli (o Cornély) a Carnac ha gli attributi di Cernunnos. È stato anche ipotizzato che il mito inglese di Herne il Cacciatore sia un'allusione a Cernunnos, sebbene sembri che Herne sia una sopravvivenza delle credenze dei Sassoni, piuttosto che dei Celti ed è menzionato per la prima volta nel 1597 nella commedia di William Shakespeare Le allegre comari di Windsor, Atto 4, Scena 4. Nella Wicca viene talvolta usata l'iconografia derivata dalla storica cultura celtica, compresa l'immagine di Cernunnos al quale si fa riferimento come il Dio Cornuto. Questa versione di Cernunnos è poco fondata, più che sul piano storico, sul piano del simbolismo fallico, fuso con elementi presi da Pan. Gli aderenti generalmente seguono per Cernunnos un ciclo di vita-fertilità-morte, sebbene la sua morte sia adesso posta solitamente a Samhain, la festività celtica del nuovo anno solitamente posta al 31 ottobre. All'iconografia di Cernunnos si è ispirato il regista d'animazione Miyazaki per la figura dello Shishigami, divinità cervide che compare nel suo film Principessa Mononoke. ********** Personalmente ho scoperto da poco questa figura, grazie anche a Marjia Gimbutas e inizio a capire molte più cose sul sincretismo religioso e la demonizzazione effettuata dai cristiani su tutto quello che era naturale e che loro, invece, non capivano.

domenica 9 maggio 2010

venerdì 19 marzo 2010

quegli "ambientaslisti" degli Egiziani antichi

Quando si pensa all'Egitto antico poche immagini sono scolpite nell'immaginario collettivo come quelle delle tre piramidi di El Gizah, della maschera funeraria del faraone Tut Ankh Amon e , alternativamente, dei templi del faraone Ramesse II ad Abu Simbel o della piramide a gradoni di Saqqara. Millenni di storia, di rivolgimenti politici, di lotte, di trionfi, di idee diversissime rappresentate nel nostro inconscio sempre bidimensionali e possibilmente di fronte/di profilo. Nulla di più abominevolmente sbagliato, ma si sa, gli Egiziani antichi sono o i discendenti di Atlantide e quindi persone che non sapevano partorire nemmeno un'idea propria, o grandi iniziati di chissà quali misteri, oppure erano persone che per tre/quattromila anni hanno sempre vissuto nel medesimo modo. Una sconcertante scoperta di quanto essi non fossero nè riconducibili a simili stupidi stereotipi nè, tantomeno, "antichi" è la loro concezione di mondo. Oggi si fa un gran parlare di ambiente, di ecologia, di salvare le specie animali. Siamo stati abituati a pensare, dalla nostra cultura occidentale, che ci ha messo tutto tra le mani come una madre distratta che accontenta il figlio con mille giocattoli pur di fare quel che ha da fare, a pensare che il creato, il mondo, quindi le piante e gli animali e i fiumi, laghi, mari, montagne ecc...siano di nostro esclusivo consumo, che possiamo disporne come vogliamo. Non contenti di questo, andiamo a deturpare anche le bellezze naturali di altri popoli. Quando chi non si accontenta non gode... Questa concezione che tutto ciò che esiste con noi fosse nostro, a nostra disposizione, dove ci ha portato? A fare cose simpatiche, tipo disboscare selvaggiamente perchè, si sa, mica la popolazione tale può morire di fame, ha bisogno di campi coltivabili/pascoli ecc...Oppure incendiare boschi, perchè la natura selvaggia va domata e l'uomo ha il diritto di costruire le sue città dove vuole, prosciugare laghi, paludi, deviare corsi di fiume, cementificare, cementificare, cementificare. Se poi la natura segue il suo corso (io lo so, il terremoto che ci ha devastato lo scorso aprile non era uno scherzo)allora la natura è matrigna e cattiva. E ti pareva che quando fa qualcosa di male non sia una femmina? Va bene, non deviamo. Dicevo, abbiamo ridotto la Terra su cui siamo di passaggio, in transito, ad una cacca. Non è che ci siano giri di parole per dirla meglio. Così è. Come se una carovana che percorre una via per dirigersi in un determinato posto si fermi su quella via e si impegni a distruggerla, darle fuoco, sporcarla, ecc...Diremmo che sono pazzi vero? E noi? Torniamo al tema. Gli Egiziani antichi, gente avveduta e che aveva un profondo amore per quel che viveva con loro, fossero stati persone, animali o piante, credevano che tutto fosse HEKA, che tutto contenesse HEKA. L'Heka è la magia pratica, quotidiana, lo scongiuro o la formula per guarire il malato che il dottore, l'uebu, pronuncia dopo avergli dato la cura. Si, ma è anche, soprattutto, la forza vitale, la sacralità che ogni essere vivente ha in sè e per gli Egiziani antichi anche i fiumi (il Nilo), le piante, il sole possedevano...Tutto aveva Heka, tutto era sacro. Anche il gatto di casa, anche il cane del vicino. Nessun egiziano uccideva un animale "per sport" come facciamo oggi. Sarebbe stato impensabile e assurdo per loro. Non erano vegetariani, ma non crudelizzavano nè animali, nè piante. In un mondo come il nostro che si dice moderno e che uccide e stupra e lacera con la facilità con cui respira, leggere che "Non ho tolto di bocca al bestiame nè pastura, nè foraggio. Non ho maltrattato nessun animale" è una delle formule che il defunto deve pronunciare innanzi a Osiride, nella stanza delle due Verità, dove avveniva la psicostasia, la pesatura del cuore che doveva essere più leggero della piuma di Maat altrimenti si era divorati dal mostro, ecco, leggere questo fa riflettere. Chi di noi innanzi al suo Dio o ai suoi Dei può dire altrettanto? La morale egiziana riconosceva in toto all'animale di denunciare innanzi al tribunale degli Dei i maltrattamenti subiti dagli uomini. Inutile ghignare e dire che sono stupidaggini. Che si creda o no negli Dei resta che queste persone di millenni fa avevano capito una cosa che noi "ambientalisti animalisti moderni ecologisti" ( se va bene) o "cacciatori/predatori/sportivi" (se va male) non abbiamo ben chiaro: che il mondo vive e respira con noi e che anche l'annientamento volontario di un singolo animale o pianta per servire un mero egoismo è un atto abominevole. Beh che dire? Siamo moderni no?

martedì 23 giugno 2009

La Majella 2

**L'Abruzzo Religioso** “Nel quadro severo delle sue montagne e nelle difficili condizioni di esistenza da esse determinate, il profilo spirituale dell'Abruzzo è stato modellato dal cristianesimo: l'Abruzzo è stato, attraverso i secoli, una creazione di santi e di lavoratori. ... Per scoprire l'intera struttura morale dell'Abruzzo bisogna dunque conoscerne i santi e la povera gente”. Più di mezzo secolo è trascorso da quando Ignazio Silone sintetizzò in pochi essenziali tratti il profilo dell'Abruzzo. (L'Abruzzo in Abruzzo e Molise - TCI, Milano 1948) Fra la terra d'Italia più ricca di arcano, l'Abruzzo ha la sua più profonda religiosità nella Natura e negli Eremi, oltre che nelle Chiese. La sacralità della natura è sfondo e ad un tempo protagonista. La Maiella definita da Plinio il Vecchio “padre dei monti”, è per gli abruzzesi “La Madre”, la “Dea Maja”, dea italica. Una montagna complessa e affascinante, pulsante di vita, di verde e di acque, ma anche ricca di innumerevoli testimonianze culturali: Eremi, Conventi, Castelli. La scelta della Maiella come luogo di culto da parte degli eremiti è dovuta probabilmente all'isolamento che questa montagna ha conservato. La cospicua parte superiore del massiccio è stata per per lunghi secoli terreno esclusivo di pastori, boscaioli e santi eremiti. La sacralità della Maiella affonda le origini in epoche remotissime e precristiane. La leggenda racconta della dea Maya, gigantesca e bellissima donna frigia, che riparò su questo monte con il figlio ferito morente. Il pianto della madre arivò alle orecchie di Giove che impietosito volle dedicare al figlio della dea un alberello dagli sgargianti fiori gialli: il maggiociondolo, albero abruzzese per eccellenza. ((http://www.informacibo.it/giro_abruzzo.htm))

La Majella, la montagna sacra degli Abruzzesi, dedicata alla Dea Maja

Da tempo immemorabile la Majella rappresenta per gli abruzzesi la montagna madre. Sacra nell'antichita’ alla dea Maia, nel Medioevo divenne luogo di preghiera per numerosi eremiti, tra cui Pietro Angeleri, divenuto poi Papa Celestino V. Eremi e abbazie fiorirono cosi’ numerosi che il Petrarca la defini’ Domus Christi: dal famosissimo eremo di Spirito Santo, monumento nazionale, a vere e proprie grotte, quali gli eremi di S. Giovanni, S. Antonio, S. Angelo, etc. ((http://www.regione.abruzzo.it/turismo/parchi/majella/storia.htm))

Le streghe che nascevano la notte di Natale

Streghe Dalle nostre parti si dice “chi nasce la notte di Natale se è femmina sarà strega, se è maschio sarà lupo mannaro.” Per questo chi nasceva in questo periodo doveva essere “ferrato”, vale a dire che sul piedino doveva essere disegnato, con un ferro rovente, una croce che indelebile lo avrebbe marchiato per tutto il resto della vita. Strega deriva dal latino Strix che indica un uccello notturno, di solito rappresentato come un vampiro o un pipistrello. Ecco perché spesso, accanto alla strega, ritroviamo sempre un uccello di colore nero, il corvo. La strega nella credenza popolare è sempre una donna bellissima, ammaliatrice, tentatrice. Questo almeno in passato. Solo di recente, invece, è stata rappresentata come una donna vecchia, brutta, addirittura orripilante. Vista come figura in costante rapporto con il Diavolo, lei è la sola ad avere la capacità di realizzare pratiche magiche a fin di male. Nel mondo pagano , anche se era considerata un’incantatrice, svolgeva pratiche magiche in senso positivo e negativo. Le pratiche magiche erano svolte per lo più per favorire il raccolto, piuttosto che per distruggerlo. Accenni a questa pratica si trovano addirittura nelle XII Tavole, primo testo della legislazione romana. A quel tempo la legge non proibiva la magia rituale , se questa era usata a fin di bene, mentre interveniva , duramente, quando la stessa era usata per causare danni a persone o cose. Mentre in epoca romana la strega deriva dal culto di antiche divinità agrarie, addirittura da quello di Cerere oppure dalla Dea Maia. In Abruzzo, appunto terra della Dea Maia, che rappresentava la fertilità, si diffuse moltissimo il culto della mitica Angizia, dominatrice del veleno delle serpi, maga per eccellenza e temuta e rispettata in tutto il mondo. Tra i pagani la strega conservava la capacità di tramutarsi in animale, particolarmente in gatto. Tale capacità di trasformazione è ancora intatta nella tradizione odierna e, nelle nostre zone, è ricorrente la credenza che la strega si trasformi in gatto. Esse sono considerate, allora come oggi, creature dedite al maleficio; capaci di trasformarsi in ogni sorta di animale; dannose soprattutto ai bambini ai quali , di notte, succhiano il sangue e delle cui carni si cibano. Storia n.55 (racconto abruzzese derivante da testimonianze dirette) Mia cugina era nata la notte di Natale e, per questo, dall’età di due anni, certe notti spariva; se la venivano a prendere le streghe. Questo è successo , finchè non l’hanno marcata con un ago arroventato; è stata la levatrice a farlo, sotto il piede sinistro, le fece uscire un po’ di sangue; così la bambina perse quella virtù e non uscì più la notte con quella compagnia. Allo stesso orario in cui spariva la bambina, spariva anche il cavallo di un vicino di casa, forse perché serviva per portare lei. Bucchianico (CH)- Leonella Di Nardo, n.1928 ((un grazie particolare a http://www.triora.org/abruzzo_05.html))

Abruzzo Terra di Streghe

Misteri d’Abruzzo a caccia di streghe Nel 1916 a Lanciano (Ch) si tenne un sinodo che denunciava come una superstizione diffusa nella città il ricorso a rimedi non medici per la cura delle ferite e delle malattie. I confessori pertanto avrebbero dovuto mostrare ai penitenti che indulgere a queste pratiche era peccato e dissuaderle dal farvi ricorso. Anche il Sinodo di Sulmona (Aq) dell’aprile del 1602 , sotto l’egida del Vescovo Cesare Del Pezzo indicava, per es., come sospetti di eresia tutti coloro che possedevano libri di magia ; erano vietati i lamenti funebri, particolarmente in uso a Scanno, era infine imposto l’obbligo di chiudere i cimiteri affinché non potessero offrire l’opportunità a streghe e malefiche di estrarne materiale per svolgere la loro criminosa attività. Un manoscritto conservato presso l’archivio diocesano di Chieti, quasi sicuramente proveniente dalla Congregazione romana del S.Uffizio, disciplinava in modo minuzioso la procedura che i giudici avrebbero dovuto seguire in questa materia. In primo luogo era necessario interrogare i medici che avevano avuto in cura l’infermo attorno alla malattia , per sapere se la stessa fosse stata “naturale” o prodotta da maleficio. Nell’atto poi della carcerazione della sospetta strega andava fatta nella sua abitazione un’accurata perquisizione , al termine della quale il notaio avrebbe dovuto redigere un minuzioso inventario di tutto il materiale rinvenuto. Alcuni anni dopo , il Sinodo tenuto dall’Arcivescovo di Chieti Antonio Santacroce, nel suo cap.x, condannava tutta una serie di atti attraverso i quali si manifestavano le “poverette”: “ nessuno osi fare legaccio, nodo, anello, immagine, segno, breve, caratteri; dire parole sconosciute o superstiziose; preparare bevande superstiziose o fare altre cose del genere; o utilizzarle sia per attirare qualcuno all’amore o al matrimonio; o per “legare” persone tra loro sposate o per arrecare danno di qualsiasi genere al prossimo; o per liberare gli uomini o gli animali dalle malattie ; o per trovare tesori o cose rubate o per fabbricare oro o argento e altre cose dello stesso genere.” Chiunque, quindi, avesse compiuto tali atti con l’intenzione di nuocere a qualcuno o con l’espressa invocazione al demonio, e in questo modo avesse arrecato un danno concreto a qualcuno, avrebbe dovuto essere scomunicato senza indugi. Nel caso, invece, che dai sortilegi fosse derivata soltanto una infermità, il divorzio, l’impotenza di generare, un danno agli animali, alle messi, ai frutti, l’autore (o autrice) di tali atti avrebbe dovuto essere rinchiuso in un carcere perpetuo. Infine l’Arcivescovo vietava anche l’astrologia giudiziaria, la predizione del futuro attraverso l’osservazione delle stelle o delle linee della mano ed anche le “superstizioni e le fallaci cantilene” con le quali erano soliti ingannare il popolo. ((Un sentito grazie a http://www.triora.org/abruzzo_15.html))