sabato 27 dicembre 2008

La Dea Madre

La Grande Madre è una divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie note, in cui si manifestano la terra, la generatività, il femminile come mediatore tra l'umano e il divino. Alcuni la considerano sorta durante una mitica fase matriarcale, che le società di cacciatori-raccoglitori avrebbero condiviso. Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie (c.d. "Veneri") ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome. Lungo le generazioni, con gli spostamenti di popoli e la crescita di complessità delle culture, le "competenze" della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. Per cui la Grande Dea, pur continuando ad esistere e ad avere culti propri, assumerà personificazioni distinte, per esempio, per sovrintendere all'amore sensuale (Ishtar-Astarte-Afrodite pandemia-Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come 3 sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi (Demetra / Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Artemide-Diana). Inoltre, siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla Luna, che da sempre lo rappresenta (i più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea). Ad esempio, nelle feste e nei misteri in onore del gruppo Demetra / Cerere-Persefone / Proserpina, il suo culto segna il volgere delle stagioni, ma anche la domanda dell'uomo di rinascere come il seme rinasce dalla terra. L'evoluzione teologica della figura della Grande Madre (giacché nulla va perduto, nel labirinto della mitologia) venne costantemente rappresentata da segnali di connessione tra le nuove divinità e quella arcaica. Finché le religioni dominanti ebbero carattere politeistico, un segno certo di connessione consisteva nella parentela mitologica attestata da mitografi e poeti antichi (ad esempio, Ecate è figlia di Gea; Demetra è figlia di Rea). Altro carattere che permette di riconoscere le tracce della Grande Dea nelle sue più tarde eredi, è poi la ripetizione di specifici attributi iconologici e simbolici che ne richiamano l'orizzonte originario. Ad esempio: il dominio sugli animali, che accomuna i leoni alati che accompagnano Ishtar, la cerva di Diana e il serpente ctonio della dea cretese; l'ambientazione tra rupi (o in caverne, a ricordare il carattere ctonio della divinità originale) e boschi, o presso acque; il carattere e i culti notturni. Anche nel mutare delle religioni, la memoria della divinità arcaica, "signora" di luoghi o semplicemente di bisogni umani primari, si mantenne e si trasmise lungo le generazioni, dando luogo a culti forse inconsapevolmente sincretistici (le cui ultime propaggini possono essere considerate, ad esempio, le molte Madonne Nere venerate in Europa). Nell'area mediterranea ne conosciamo i nomi e le storie, nelle diverse civilizzazioni in cui si impose, dall'epoca protostorica: in area mesopotamica (V millennio AC): Ninhursag in area anatolica (II millennio AC): Cibele in area greca: Gea in area etrusca: Mater Matuta in area romana: Bona Dea o Magna Mater La variante nordica della Grande Madre, portata fino alle Isole britanniche da migrazioni di popoli pre-achei verso nord ovest, è secondo Robert Graves la Dea Bianca della mitologia celtica (colei che a Samotracia si chiamava Leucotea e proteggeva i marinai nei naufragi). (grazie a wikipedia)

domenica 14 dicembre 2008

Twilight I vampiri sono tra noi

Twilight è il primo libro di Stephenie Meyer, pubblicato nel 2005 negli Stati Uniti e nel 2006 in Italia. È un romanzo dedicato ad un pubblico giovane che ha riscosso molto successo negli Stati Uniti ed è sbarcato in Italia ottenendo il medesimo risultato. Il 21 novembre 2008 è uscito il film Twilight tratto dal libroIsabella Swan decide di trasferirsi dalla soleggiata Phoenix alla piovosa cittadina di Forks nello stato di Washington per vivere con il padre Charlie e lasciare libera la madre, Renée, di viaggiare con il nuovo marito Phil Dwyer, un giocatore di baseball di serie B. Alla nuova scuola, Bella (come preferisce farsi chiamare) viene accettata in fretta dai compagni e molti ragazzi le dedicano attenzioni, ma Bella continua a pensare che Forks sia una città noiosa, finché non incontra lo sguardo di Edward Cullen durante la pausa pranzo scolastica. Osservandolo accuratamente durante la lezione di biologia, Bella capisce che Edward nasconde qualcosa, ma nessuna delle sue teorie la porta a comprendere la reale natura soprannaturale del ragazzo. Bella è convinta che Edward la odi dal primo momento in cui l’ha incontrata, ma questo suo comportamento cambia gradualmente, fino ad indurlo a salvarla da un furgoncino che sta per investirla. Anche dopo il salvataggio, Edward continua a sostenere di essere pericoloso ed esorta Bella a stargli lontano.. Successivamente, Jacob Black, figlio di Billy, caro amico del padre di Bella, appartenente alla tribù dei Quileute, le racconta una leggenda secondo la quale i Cullen sono banditi dalla riserva indiana in quanto vampiri, nonostante si siano imposti di nutrirsi solo di sangue animale e mai umano. Sebbene la natura di Edward e della sua famiglia crei non pochi problemi, lui e Bella si innamorano. La loro preoccupazione principale nasce dal fatto che Edward è irresistibilmente attratto dall’odore del sangue della ragazza e deve trattenersi dal morderla. La sera in cui Bella viene invitata ad assistere ad una partita di baseball giocata da Edward e famiglia, tre vampiri, James, Victoria e Laurent, fanno la loro apparizione dal bosco e sentono l’odore di Bella. James, un segugio impeccabile, inizia a darle la caccia e Bella, aiutata dai Cullen, è costretta a scappare a Phoenix. Con un inganno, James riesce ad attirare Bella nella sua vecchia scuola di ballo per ucciderla. Bella viene morsa da James, e solo l’intervento provvidenziale di Edward, che resiste alla tentazione del suo sangue grazie all'amore che prova per lei, la salverà dalla trasformazione. Il giorno del ballo di fine anno, Bella chiede nuovamente ad Edward di trasformarla in vampiro, ma lui si oppone. Isabella Swan, detta anche Bella, è la voce narrante del libro, ed ogni cosa è vista attraverso i suoi occhi. Charlie Swan, padre di Isabella, è Capo della Polizia di Forks. Renée Dwyer, madre di Isabella, vive a Phoenix prima ed a Jacksonville poi; si è risposata con Phil Dwyer dopo aver lasciato Charlie diciassette anni prima; Phil Dwyer, nuovo marito di Renèe quindi patrigno di Bella. Allena squadre giovanili a baseball. Angela Weber, la migliore amica umana di Bella, riservata e gentile. Jessica Stanley, la prima amica che Bella si è fatta a scuola. Mike Newton, amico di Bella invaghito perso di lei fin dal primo giorno. Ben Cheney, accompagnatore di Angela al ballo. Jacob Black, indiano Quileute, figlio di Billy Black, che svela a Bella la vera identità di Edward; Billy Black, padre di Jacob, vedovo, è il miglior amico di Charlie Swan. Sam Uley, indiano Quileute, capo del branco dei licantropi, amico di Jacob Black Harry Clearwater, amico di vecchia data di Charlie. Edward Cullen, vampiro, figlio adottivo di Carlisle e Esme Cullen, ha il potere di leggere nelle menti di tutte le persone, tranne che di Bella, ed è incredibilmente veloce. Carlisle Cullen, vampiro, dottore di straordinario talento all'ospedale di Forks. Esme Cullen, vampira, moglie di Carlisle Cullen, in Twilight il suo personaggio è poco trattato. La sua maggiore caratteristica in questo libro è il suo istinto materno. Alice Cullen, vampira, componente della famiglia Cullen, diviene presto amica di Bella, ha la capacità di prevedere il futuro nel momento stesso in cui viene presa la decisione di agire. Emmett Cullen, vampiro, componente della famiglia Cullen, è dotato di un'impressionante forza fisica. Rosalie Hale, vampira, componente della famiglia Cullen, è descritta come bellissima e testarda. Jasper Hale, vampiro, componente della famiglia Cullen, è in grado di percepire e controllare i sentimenti di chi gli sta intorno. Laurent, vampiro, in viaggio con James e Victoria (e apparentemente capo del trio) incrocia i Cullen e Bella. James, vampiro, con Laurent e Victoria si imbatte nei Cullen e in Bella. All'odore dell'umana esce il suo istinto di cacciatore. Victoria, vampira, compagna di James. ...e questo è il sito ufficiale della Meyerhttp://www.stepheniemeyer.com/

lunedì 22 settembre 2008

giovedì 28 agosto 2008

L'erotismo nella terra di Kem

L'importanza della componente erotica presso gli egizi è ancora, per la moderna archeologia, un vasto campo d'indagine, dato che sino ad ora questo tema è stato rimosso dalla ricerca a causa di un superficiale pudore. In Egitto non vi sono raffigurazioni erotiche che descrivano i rapporti interumani. Ciò potrebbe far supporre che l'erotismo sulle sponde del Nilo sia tabù. Non è vero. Basti pensare che, se gli egizi non ci hanno tramandato immagini erotiche ( come invece hanno fatto greci e romani), ci hanno lasciato sull'argomento parecchi scritti. Il grande papiro di Torino dimostra che tremila anni or sono nella Terra delle piramidi circolava già la pornografia. Gli antichi egizi erano soliti anche usare dei misteriosi miscugli afrodisiaci. Se confrontiamo la lettura erotica degli egizi con quella dei greci e dei romani, emerge che nel Paese del Nilo la donna in amore era molto libera, seducente ed aggressiva, del tutto diversa da colei che si legge dai racconti di Ovidio ( Ars Amandi) o di Luciano ( Dialoghi). Le donne egiziane contavano molto più delle donne del resto del mondo. E ciò valeva anche e soprattutto per la componente erotica. In nessun'altra parte del mondo c'erano gli strip tease, le danzatrici così belle. Le troviamo per la prima volta alla corte del quarto Thutmosi, bisnonno di Tut: uno scriba templare di Thutmosi IV fece riprodurre nella propria tomba una di quelle danzatrici chiamate "della bellezza". Da allora, esse comparvero spesso nelle sepolture private tebane. E' possibile ammirarle anche nel sacro tempio di Luxor; una cosa oscena per il pudico Erodoto.

L'alimentazione nella Terra di Kem

L'alimentazione nell'Antico Egitto Gli antichi egiziani ritenevano che la vita continuasse dopo la morte e che l’anima avesse ancora bisogno di mangiare, di bere e di tutte le cose di cui godeva in vita; è grazie a questo importante concetto che noi siamo in grado di conoscere in modo abbastanza approfondito gli usi alimentari e le caratteristiche delle mense di questo antico popolo. Nei corredi funerari delle tombe egizie infatti non venivano deposti solo i beni personali del defunto, ma anche abbondanti cibi e bevande conservati in vari tipi di contenitori, che dovevano garantire al morto di che sopravvivere nell’aldilà; spesso questi cibi e contenitori sono arrivati intatti fino ai giorni nostri. Nelle tombe egizie troviamo inoltre alcune serie di oggetti con una funzione essenzialmente magica, che dovevano fornire da mangiare e da bere per l’eternità all’anima del defunto, poiché i cibi nel corredo funerario potevano esaurirsi o deperire: si tratta delle stele funerarie, con la formula magica dell’offerta e la raffigurazione del pasto funerario da parte del defunto e dei parenti; delle statuette di servitori in atto di produrre alimenti di vario tipo; delle tavole d’offerta con le raffigurazioni dei vari cibi. Notizie sulla produzione alimentare dell’antico Egitto ci vengono infine dalle numerose scene di vita quotidiana scolpite o dipinte sulle pareti delle tombe, che con grande ricchezza di particolari avevano lo scopo di ricreare magicamente la vita terrena del defunto e soprattutto la produzione di cibi e bevande per la sua sopravvivenza. Tramite dunque i reperti conservati nei corredi funerari e le scene presenti nelle tombe, si è potuto arrivare a conoscere sia i prodotti alimentari finiti, sia le caratteristiche della loro produzione e i procedimenti della loro conservazione e cottura. Naturalmente i reperti dei corredi e le immagini delle tombe ci hanno tramandato le usanze alimentari di personaggi con buone possibilità economiche: l’abbondanza di disponibilità di cibo, che non tutti potevano permettersi, era ovviamente indice di ricchezza; anche nella statuaria egizia si può notare che l’adipe presente sul corpo di alcuni personaggi indica un alto livello sociale e grandi possibilità economiche. Ma l’antica saggezza egiziana non esitava ad ammonire contro gli stravizi e le esagerazioni della tavola! In alcuni papiri con “insegnamenti morali” si leggono infatti delle massime molto significative e anche molto attuali, come “Non ti abbuffare di cibo: chi lo fa avrà la vita abbreviata”, oppure “E’ gran lode dell’uomo saggio contenersi nel mangiare”, o infine “E’ meglio stentare dalla fame che morire d’indigestione”. Il pane e la birra Il pane e la birra erano la base dell’alimentazione degli antichi egiziani e pertanto costituivano anche la base delle offerte funerarie per i defunti, come riporta la classica formula dell’offerta che compare sulle stele e su numerosi oggetti dei corredi delle tombe. A conferma dell’importanza di questi alimenti venivano deposti nelle tombe dei modelli di servitori, caratteristici dell’Antico Regno, che raffigurano donne in atto di macinare cereali o di preparare la birra per l’anima del defunto. La coltivazione dei cereali era una delle attività più importanti del popolo egizio, fin dall’epoca predinastica; come è noto fu favorita dalle annuali inondazioni del fiume Nilo, che lasciando sul terreno grandi quantità di fertile limo permettevano di effettuare anche due raccolti all’anno. Proprio il livello raggiunto dalla piena del fiume indicava le potenzialità di raccolto e quindi su quello venivano anche calcolate le imposte che i contadini dovevano al faraone. Se la piena era scarsa il terreno coltivabile si riduceva provocando gravi carestie, di cui ci è stata tramandata notizia da diversi documenti; per questo motivo era importantissima una regolamentazione delle acque e una rete di irrigazione delle terre, che di solito era organizzata e curata da parte del potere centrale. L’aratura e la semina avvenivano appena l’acqua del Nilo si era ritirata dopo l’inondazione; la mietitura era effettuata con falci di legno dal manico corto e con lama costituita fino al Medio Regno da selci seghettate; quindi le spighe venivano battute per separare i chicchi dalla paglia. Una volta puliti, i chicchi di cereali erano stivati dentro granai a forma di silos, sotto gli occhi attenti degli scribi che registravano accuratamente il numero dei sacchi versati nei granai. Poiché nell’antico Egitto non esisteva la moneta, ma solo il baratto, i cereali costituivano spesso lo stipendio mensile dei lavoratori: un esempio ci è dato dagli elenchi delle paghe degli operai che scavavano le tombe dei faraoni nella Valle dei Re, che ricevevano mensilmente quattro sacchi di farro e uno e mezzo di orzo, oltre ad altri beni come legna, pesce e sale. I cereali coltivati nella valle del Nilo erano essenzialmente tre: il farro (triticum dicoccum), un tipo di frumento (probabilmente triticum aestivum) e l’orzo (hordeum sativum vulgare). I chicchi venivano macinati dalle donne nelle case con macine del tipo a sella e la farina ottenuta era utilizzata per fare pane di vario tipo; il lievito non era conosciuto e per lievitare la pasta di pane si usava l’avanzo della pasta del giorno precedente. La cottura avveniva in forni domestici, o anche su lastre di pietra arroventata; per particolari tipi di pane, per usi religiosi e soprattutto per l’offerta nei templi del pane bianco conico, venivano utilizzate delle forme di terracotta preriscaldate. I pani d’orzo servivano soprattutto alla fabbricazione della birra. Prelevati dal forno prima della completa cottura, venivano imbevuti di liquore di datteri e lasciati a fermentare; quindi venivano pressati e filtrati attraverso un setaccio: la bevanda ottenuta consisteva in una birra non molto alcolica che veniva conservata in giare accuratamente tappate. L’aggiunta di altri ingredienti poteva variare il sapore e la gradazione della birra; altre bevande più o meno alcoliche venivano inoltre ricavate dalla fermentazione di diversi frutti o bacche. Vino e olio La coltivazione dell’uva, sia come frutto che per produrre il vino, è attestata in Egitto fin dall’Epoca Protodinastica, anche se come bevanda non ebbe mai la diffusione e l’importanza che ebbe invece la birra. Le scene che appaiono sulle pareti delle tombe ci mostrano che le vigne erano di solito a forma di pergolato e che la pigiatura dell’uva dopo il raccolto era eseguita con i piedi dentro grandi catini, proprio come si è fatto fino quasi ai giorni nostri. I residui della pigiatura poi venivano spremuti ulteriormente tramite presse a sacco: alle estremità del sacco erano infilati due bastoni che girando in senso contrario lo torcevano e lo strizzavano, lasciando uscire il liquido rimanente. Il succo ottenuto era versato in anfore e lasciato fermentare, quindi le anfore venivano tappate; sulla loro spalla era di solito applicata un’iscrizione con l’indicazione dell’annata e del luogo di produzione del vino. Ad esempio le numerose anfore vinarie trovate nella tomba del faraone Tutankhamon presentano un’iscrizione in ieratico, come “Anno 4 per la casa di Tutankhamon” e una stampigliatura in geroglifico sul tappo d’argilla dove si legge “Vino dei possedimenti di Tutankhamon”, o anche “Vino di buona qualità dei possedimenti di Aton”. Dal Nuovo Regno in poi è attestata talvolta la presenza di un piccolo foro sul collo dell’anfora, probabilmente per permettere la fuoriuscita degli ultimi gas di fermentazione dopo la chiusura del contenitore. Come per la birra, il vino poteva essere arricchito con alcuni ingredienti per variarne sapore e gradazione; sappiamo inoltre da documenti scritti che era particolarmente apprezzato il vino prodotto nel delta del Nilo e in alcune oasi. La coltivazione dell’olivo fu introdotta in Egitto dall’oriente solo nel Nuovo Regno, e anche dopo l’olio d’oliva non fu tra i più usati in cucina. Gli olii più utilizzati per condire e per friggere erano l’olio di sesamo, l’olio di lino e soprattutto l’olio bak tratto dalla noce di moringa; alcuni papiri attestano che molti olii particolari venivano importati da paesi stranieri, non solo a fini alimentari, ma anche per uso medico e cosmetico. Altri condimenti per la cucina erano il sale e alcune erbe aromatiche, come il ginepro, l’anice, il coriandolo, il cumino, il prezzemolo e il finocchio; il pepe non era conosciuto e fu importato in Egitto solo in Epoca Romana. Frutta e verdura Orti e giardini erano molto diffusi dell’antico Egitto, anche di piccole dimensioni, sia presso le case dei contadini che nelle grandi ville dei ricchi dignitari. Nei frutteti venivano coltivati cocomeri, meloni, fichi, palme da dattero e, solo dopo essere stati importati nel Nuovo Regno, meli e melograni: come per l’olivo infatti, diversi prodotti arrivarono sulla tavole degli egiziani a seguito dei contatti commerciali, particolarmente fiorenti all’inizio della XVIII dinastia, con i paesi del Mediterraneo orientale. Veniva raccolta e apprezzata anche la frutta selvatica, come le giuggiole, simili alle ciliegie, e le noci di palma dum. Si riteneva inoltre che il frutto della mandragora avesse potere afrodisiaco e significato simbolico erotico, forse per la concentrazione di tossine presenti nella buccia, che ha effetti narcotici e anche allucinogeni in chi lo mangia. Negli orti abbondavano numerose varietà di verdure, tra cui cipolle, porri, aglio, sedano, cetrioli e soprattutto ceci, fave e lenticchie, che erano elemento quotidiano dell’alimentazione degli antichi egiziani; i piselli comparvero solo con il Nuovo Regno. Particolarmente coltivata era la lattuga, i cui cespi raggiungevano grandi dimensioni: forse per questo motivo la lattuga era sacra al dio Min, protettore della fecondità. Lessi o arrostiti erano gustati anche alcuni tipi di tuberi e rizomi. La carne e il pesce La caccia e la pesca furono tra le attività più praticate nell’antico Egitto fin dall’Epoca Preistorica e naturalmente hanno sempre fornito carne e pesce per l’alimentazione degli egiziani. In epoca storica la caccia, almeno per quanto riguarda gli animali di grossa taglia, rimase come attività di tipo sportivo da parte dei ricchi nobili, che spesso si dedicavano a cacciare nel deserto o lungo il Nilo lepri, leoni, gazzelle, ippopotami, e così via. Rimase invece sempre molto praticata la caccia agli uccelli, non solo come divertimento di personaggi facoltosi, ma soprattutto per riempire, insieme al pesce, le mense delle famiglie dei ceti più bassi: si tratta soprattutto di piccioni, anatre, oche, gru e vari tipi di uccelli acquatici. I volatili venivano catturati mediante una rete tesa su uno specchio d’acqua tra due pertiche: tirando da riva una corda, le pertiche si ribaltavano chiudendo la rete e tutti gli uccelli che vi si erano posati ignari. A riva i volatili venivano subito uccisi, spennati, ripuliti delle interiora e messi sotto sale dentro grosse giare, per essere conservate. Le scene dipinte o in rilievo sulle pareti delle tombe, che dovevano ricreare la produzione di alimenti per la vita oltremondana del defunto, ci mostrano che alcuni tipi di uccelli venivano anche allevati: anatre, oche e gru appaiono rinchiuse in recinti con inservienti che introducono a forza nei becchi una specie di pastone cotto su bracieri, per far ingrassare i volatili; il modo più comune per cucinarli era di arrostirli sul fuoco infilzati sugli spiedi. Mentre le uova, anche di struzzo, erano presenti sulla mensa egizia, il pollo compare solo in Epoca Romana. L’allevamento a scopo alimentare era praticato nell’antico Egitto soprattutto per i bovini, utilizzati anche per i lavori agricoli, e per ovini e caprini. Nelle macellerie venivano sgozzati buoi soprattutto di una particolare razza che forniva abbondante carne e grasso; il sangue veniva utilizzato per produrre una specie di sanguinaccio, mentre il fegato, molto apprezzato, poteva servire anche ad insaporire delle focacce; il grasso era usato per cucinare. Gli egiziani preferivano alla carne arrostita quella lessata, con la quale potevano essere preparati anche succulenti pasticci. Altri animali allevati per l’alimentazione erano i conigli e i maiali, ma la carne di questi ultimi era esclusa dalle offerte funerarie e da quelle dedicate alle divinità nei templi; nell’Antico Regno è attestato anche l’allevamento di alcune specie selvatiche, come le iene e le gazzelle. Anche la pesca è oggetto di numerose scene sulle pareti delle tombe: il pesce era il cibo più comune per chi non poteva permettersi quotidianamente la carne, anche se compare pure sulle tavole dei ricchi, ed era molto facile procurarselo, essendo il Nilo molto pescoso. Le tecniche di pesca erano diverse, ma la più usata era quella con la rete a strascico, che consisteva in una barca che attraversava il corso d’acqua trainando una rete e ritornava al punto di partenza richiudendola e imprigionando i vari pesci. La pesca con la lenza, con o senza canna, era ritenuta perlopiù un divertimento per i facoltosi dignitari, che la praticavano nei laghetti artificiali dei giardini delle loro ville. Sulla riva, come per gli uccelli, i pesci venivano aperti, puliti dalle interiora, appesi a seccare e infine posti sotto sale dentro grandi giare per la conservazione; il pesce fresco era invece cucinato di solito arrosto o lessato. Dalle uova dei muggini era ricavata anche una specie di bottarga: le uova estratte durante la pulitura dei pesci venivano salate e quindi appallottolate e pressate. Oltre ai muggini, il Nilo era ricco di anguille, carpe, tilapia e pesci gatto; sulle tavole d’offerta funerarie però i pesci non compaiono mai; il vero motivo di questa esclusione è sconosciuto. Bisogna ricordare inoltre che nella religione egizia numerose divinità erano adorate sotto l’aspetto di animali, i quali pertanto non potevano essere oggetto di alimentazione nelle località sede del loro culto. Fonte: Maria Cristina Guidotti Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana

venerdì 15 agosto 2008

La donna è Meret, amata

La donna egizia, tutelata da disposizioni giuridiche che la ponevano su un piano di assoluta uguaglianza all’uomo, entrava nella società attraverso il matrimonio: la “signora della casa” svolgeva il suo ruolo di sposa e madre a garanzia della prosperità del nucleo familiare. La donna egizia, poi, aveva un ruolo attivo anche oltre l’ambito della corte e del clero. Esistevano, per esempio, anche donne che «gestivano personalmente ingenti possedimenti delegando la vendita dei prodotti a propri agenti commerciali anche all’estero». Alla donna egizia, inoltre, era affidato l’eterno compito di seduttrice, moglie e madre: «Sono sette giorni ieri che non ho visto la mia amata. Il mio corpo è divenuto pesante: ho dimenticato me stesso. Se verranno a me i medici il mio cuore non sarà soddisfatto dei loro rimedi. Solo se mi diranno “Eccola è lei” questo mi farà rivivere... La mia amata mi giova più di ogni medicina. Lei è il mio amuleto... ». Non è come semplice moglie, ma appunto con l’aggettivo “meret”, cioè “amata”, che ogni donna sposata viene ricordata vicino al suo consorte. «Se guardiamo al cielo e al movimento eterno degli astri, ciò che per noi è maschile per gli egizi è femminile: dal nome del cielo, pet, alle figure della sua dea per eccellenza, Nut, il cui corpo si curva a simulare la volta celeste mentre la punta delle sue dita e dei suoi piedi toccano la terra, per gli Egizi maschile, nelle forme del dio Geb che si sdraia a terra nell’atto di prepararsi a generare ogni tipo di vita. Tutto questo mondo al femminile siede con la sua forza accanto al faraone. Non a caso nelle rappresentazioni della coppia in cui l’uomo abbraccia la sua donna, e viceversa, cogliamo quanto scritto in testi preziosi. Così dice Hergedef, figlio del faraone Cheope, al figlio: “Se sei un uomo virtuoso, fonda un focolare: sposa una donna forte”. E lo stesso insegnamento dà al figlio Ptahhotep, al tempo della V dinastia (2450 aC circa): “Se sei una persona virtuosa, fonda il tuo focolare. Ama tua moglie con ardore. Rallegra il suo cuore nel tempo in cui vivrai”». Dalla casa e dalla vita quotidiana giungono intatti i colori, i profumi, le forme che circondavano l’universo domestico femminile. Grazie agli oggetti d’uso comune si può ancor oggi immaginare gli spazi delle antiche abitazioni, le mense e le cucine, cui arrivavano colture fresche e frutti maturi. Si possono osservare i letti, le sedie, i tavolini, «i cofani e i cofanetti di legno con metri e metri di tele per il corredo della casa e della persona». «Ecco le donne antiche sedute nei cortili delle loro case, sotto il portico o nei giardini, all’ombra di una palma o di un sicomoro per ripararsi dalla calura; aprire i cofani di legno dipinto per vestirsi al mattino e intingere i bastoncini nel khol per il giorno di festa». E poi ancora pettini, parrucche a fitte treccioline, ghirlande di fiori, vasetti per profumi, specchi, collane, orecchini ed anelli, arpe e flauti «a ricordare giornate da celebrare con attenzioni speciali e far risuonare le antiche musiche e le loro danze». La forza degli oggetti della vita quotidiana va oltre il loro uso e diventa «un racconto in cui leggere anche le paure, le ansie, le superstizioni». Così le raffigurazioni di divinità protettrici della donna e della famiglia ricordano il timore del parto, o il senso di protezione e tenerezza rivolta ai bambini. Oppure, più in generale, «da amuleti, testi e raffigurazioni magiche riemerge quell’angoscia profonda dell’uomo di fronte alla vita e alla sua immensità, alla malattia e alla morte. Ieri come oggi».

Parto e maternità nell'Egitto Antico

Maternità e fertilità L’insegnamento di Ani (Nuovo Regno): «Prendi moglie mentre sei giovane,/che lei faccia un figlio per te;/Lei dovrebbe procreare per te mentre sei giovane./E’ giusto fare bambini./Felice è l’uomo i cui figli sono tanti,/Egli è rispettato per la sua progenie». Il più importante scopo del matrimonio era di far nascere dei figli e perpetuare la famiglia, come è probabile che l’infertilità fosse causa di divorzio, mentre una soluzione alla mancanza di prole era l’adozione. L’interruzione del ciclo mestruale era considerata un possibile segnale di concepimento, ma gli antichi egizi avevano anche sviluppato un numero di prove da realizzare per capire se una donna era incinta o meno. Questa sorta di “test di gravidanza” sono descritti in vari papiri magico-medicali, alcuni dei quali si occupano quasi esclusivamente di ginecologia, ostetricia e della cura del bambino (il che dimostra quanto la procreazione fosse importante nella società egizia). L’unica divinità femminile normalmente raffigurata incinta è Tauret, la protettrice delle donne gravide. Ha la forma di un ippopotamo con gli arti di un leone, la coda di coccodrillo e un seno umano piatto e cadente; sta ritta sulle zampe posteriori, e il suo ventre gonfio sporge in maniera evidente. Anche i geroglifici connessi al concepimento e alla gravidanza mostrano una donna gravida inginocchiata. Un certo numero di testi magico-medicali contengono sezioni sulle partorienti, con ricette o scongiuri sulla “separazione del bambino dal ventre della madre” oppure per accelerare la nascita nel caso di doglie prolungate. L’efficacia di questi scongiuri deriva spesso dall’identificazione della partoriente con la dea della fertilità, Hathor, o con la dea Iside, madre per eccellenza. Una madre poteva allattare il figlio per tre anni, un lungo periodo non raro in molte società perché riduce le possibilità e la frequenza delle gravidanze. Mentre la maggior parte delle donne allattava i propri figli, per i bambini reali e le mogli degli scriba esistevano le balie. Va da sé che le balie reali erano membri di famiglie di classe elevata, spesso mogli o madri di alti funzionari. La loro relazione con i figli del re dava grande prestigio alle loro famiglie, e aiutava i mariti o i figli nella carriera. I papiri magico-medicali contengono anche consigli per stimolare la produzione di latte ed esami per aiutare a capire se il latte fosse buono o cattivo. Il latte materno era considerato un ingrediente efficace per alcune ricette. In un papiro, ad esempio, si consiglia: «cime di papiro, grani di sepet, macinare finemente e mescolare con il latte di una madre che ha avuto un figlio maschio. Un hin [circa mezzo litro] di questo preparato è dato al bambino che trascorrerà un giorno e una notte in un sano sonno».